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THE ODYSSEY - (2026) Christopher Nolan

  • Immagine del redattore: Thomas Ray
    Thomas Ray
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Sono andato a vedere THE ODYSSEY anch'io, contagiato dall'hype che ne ha anticipato l'uscita - seppur non da fan numero 1 di Nolan - ed ecco a voi la milionesima recensione a riguardo, visto che ormai l'ho scritta!


Siamo di fronte al suo tipico film in chiave blockbuster più ricercata.


La coerenza cromatica e rappresentativa ti catapulta dritto nella storia, anche se, nonostante la cosmogonia coesa e ricercata, i piani narrativi di mito, dialogo interiore e poema epico risultano un po' appiattiti.

Se gli effetti sonori amplificano la portata delle immagini, la musica è piuttosto ininfluente e credo di non ricordarmela neppure (lol ma c'era?).


I personaggi - quelli femminili in particolare - soffrono di una costruzione pigra nella migliore delle ipotesi, e ridotti a ornamento cartonato nella peggiore (vedi Calypso).

Forse questo è l'aspetto più deludente. Attori e attrici sembrano numeri all'interno di un'equazione di cui l'autore ha già stabilito l'esatto risultato - nessun imprevisto, nessun elemento fuori posto.

Ma se in un film come Memento la rigidità poteva essere funzionale e metafora del modus operandi ossessivo del protagonista, qui risulta scolastica. Televisiva, quasi soap nella sua trasposizione lineare dei fatti.


Altro tema è la debolezza dello stream of consciousness di Odisseo.

Il voice over (vedi Terrence Malick) non accompagna una reale catarsi e la recitazione monoespressiva di Matt Damon impartisce il colpo di grazia a timidi accenni di complessità. Manca la "naturale" banalità del dialogo quotidiano e la naturalezza del flusso nei rapporti intimi - quasi ogni interazione è estremamente recitata.


Uno dei pochi sussulti creativi è la rappresentazione della scena madre del film: la guerra di Troia.


Il cavallo arenato in mare come relitto / oggetto altro / dono è potentissimo - partendo proprio dalla sua configurazione inusuale senza ruote. Un regalo-simbolo che richiede fatica per essere trasportato dentro le mura della città, e fatica a chi resta contenuto al suo interno, aspettando ammassato per giorni (Odisseo e i suoi).

In queste sequenze, compreso lo spezzone di Sinone - Elliot Page (nota positiva hater permettendo) - c'è un totale sincronismo sinestetico tra parlato e rappresentato che speri possa essere il turning point di registro, ma per quanto mi riguarda è stato il climax del film, che poi torna nel suo usuale andamento lento.

Ma questo blocco, da solo, vale la visione.



Polifemo e le abitazioni di Troia che crollano hanno una consistenza quasi porosa, fatta col das - così come gli altri effetti speciali, più vicini alle versioni analogiche de Gli Argonauti (1963) che alla moderna computer grafica. Questo dà matericità all'immagine ed è, finalmente, una scelta autoriale.


Polifemo di Nolan
Polifemo di Nolan
Gli Argonauti (1963) - Don Chaffey
Gli Argonauti (1963) - Don Chaffey

I costumi sono una sorta di rimando stratificato a precedenti rappresentazioni e al senso comune dell'epoca, fatta eccezione per le armature dei Lestrigoni, le uniche a sconfinare in un fantasy futuristico.


La metamorfosi dei compagni di Odisseo in maiali - modellati dalle mani di Circe - sembra uscita da uno stop motion di Jan Švankmajer - qui il film accenna un linguaggio visivo disturbante e fuori registro.


Jan Švankmajer - Factual Conversation
Jan Švankmajer - Factual Conversation

L'acqua attraversa le vicende in diversi stati - dalla tempesta a sequenze più immobili - ma resta elemento scenografico più che tema. La vita a bordo, gli attriti, la fatica del viaggio rimangono sullo sfondo, per emergere negli episodi chiave.


L'elemento magico, così come il pathos, è un po' castrato lungo tutta la pellicola, anche nelle scene in cui ci si aspetterebbe una presenza del sovrannaturale avvolgente.


In definitiva, un film che mi ha intrattenuto ma non troppo ingaggiato in termini emotivi e di relazione. Perfetto per essere consumato, un po' meno per essere vissuto.


Una scultura ben fatta, ammirata da dietro una teca.

 
 
 

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