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"CIME TEMPESTOSE" - (2026) Emerald Fennell

Immagine del redattore: Thomas Ray
Thomas Ray
26 ago
Tempo di lettura: 3 min

Ho letto Cime Tempestose di Emily Brontë poche settimane fa - nel mio agosto di riscoperta dei mattoni inglesi (Jane Eyre, Emma, Northanger Abbey, Orgoglio e Pregiudizio) - ed è senza dubbio quello che mi ha più suggestionato: ho amato la quasi totale assenza di ricerca del compromesso e la passionalità distruttiva. Non tanto in termini valoriali quanto più come trope narrativo.


È stato quindi naturale spararmi immediatamente il film di Emerald Fennell, incuriosito dalle scelte che la regista avrebbe potuto fare in termini di rappresentazione e di narrazione.



Alcuni attori e attrici del cast erano presenti anche nel precedente Saltburn e questa decisione ne ha in qualche modo enfatizzato la possibile connessione concettuale e semantica.


"Cime Tempestose" è in primo luogo una messa in scena formale e dicotomica - un gioco di specchi nel quale gli uguali si fondono e gli opposti si rincorrono e scontrano in modo viscerale.


Maschile/femminile, vita/morte, amore/dolore, master/slave…


Difficile, avendo letto il romanzo, non averlo in testa per tutta la durata della pellicola, soppesarne le modifiche e il punto in cui la regista ha deciso di interrompere il racconto - escludendo una fetta importante della storia.


Fennell mette al centro del suo cosmo la relazione sentimentale tormentata lasciando sullo sfondo la disamina sulla classe sociale, l'ambiente, i ruoli di genere o rimuovendo la ricaduta sulle altre generazioni, il perpetuarsi del pattern di degradazione…


La prima parte del film - dove si costruisce l'impalcatura visiva e concettuale - è quella che ho trovato più stimolante. Nella più sgargiante sfrontatezza iconoclasta Fennell piega il testo di Brontë al suo volere autoriale senza alcuna reverenza e in totale posizione di comando imperante.


Le inquadrature sono calcolate e costruite con un’attenzione morbosa alla composizione come se ogni frame fosse un’immagine da ammirare di per sé.


Un mix ossessivo di kitsch barocco, lucido, colorato e plasticoso giustapposto alle lande brulle e spigolose della brughiera dello Yorkshire in un campo-controcampo tra cultura e natura (quest'ultima però depotenziata nella sua funzione sinestetica totalizzante rispetto al romanzo). Il costume design si intreccia e fonde in maniera mimetica con lo sfondo rendendo le immagini coese e ricercate.


Gli interni sono ora risucchiati da cupezze ristagnanti, ora caricati a molla con cromie roboanti e intense che inondano le inquadrature e le pupille dello spettatore.



C'è un costante rimando citazionista all'arte contemporanea e al cinema tout court, quasi a volersi porre in maniera esplicita come meta narrazione - "Cime Tempestose" si serve di concetti altri per rimpolpare la sua costellazione discorsiva in un gioco forsennato alla ricollocazione: le sculture in formaldeide di Damien Hirst, le carcasse sanguinanti di Hermann Nitsch, i diorami della morte di Frances Glessner Lee e dei fratelli Chapman, la loggia nera di Twin Peaks, Wicked, Cappuccetto Rosso, Sussurri e grida di Ingmar Bergman, il Cristo velato, Nicolas Winding Refn, Maria Antonietta, Melancholia… le immagini si insinuano a livello conscio e inconscio suscitando nello spettatore la sensazione di già visto per posizionare la storia in una zona di prossimità, più di quanto l'epoca di ambientazione faccia intuire.



Da metà racconto in poi però sembra che Fennell si ripieghi su se stessa e smetta di osare e pungolare, imboccando un sentiero sicuro che risulta decisamente più blando e scontato.


La regista sceglie di far esplodere visivamente la passione d'amore travolgente tra Cathy e Heathcliff in una sorta di climax softcore che non restituisce però l'intensità che l'erotismo represso e feticizzato della prima parte aveva abilmente incubato. Ne risulta una messa in scena docile, imbrigliata, compiacente, privata di quella carnalità sfacciata e sanguigna che ci si aspetterebbe. Il cambio di registro appare come il tradimento di un patto più che una revisione dei termini.


Il finale ricorda un Nosferatu capovolto - il vampiro si salva ma è condannato al tormento. Nelle ultime scene, Fennell sembra immetterci in un tunnel di commozione indotta che conduce a una dolcezza consolatoria. E ci riuscirebbe anche, se non fosse per l’amara insoddisfazione che ci attanaglia per esserci lasciati sfuggire di mano una pellicola di sfrontata e incurante bellezza — una delusione che tormenta più del fantasma di Cathy.

 
 
 

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THOMAS RAY

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