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SHAME, (2011).

  • Immagine del redattore: Thomas Ray
    Thomas Ray
  • 7 gen 2021
  • Tempo di lettura: 1 min

Aggiornamento: 7 giorni fa

SHAME è un film del 2011 diretto da Steve McQueen.



Un melodramma labirintico. Una seduta d’ipnosi.


La rappresentazione della vergogna di Brandon: uomo, freddo ma esplicito, slegato dal suo sé più profondo. Diviso tra pulsione animalesca e morale castrante.

E del suo rapporto narcisistico, dipendente e distruttivo con il sesso. Che può essere innescato solo se il femminile è distante, sconosciuto, estraneo. Se la preda può essere cacciata.


Un film crudo che svela la solitudine di una società asettica e ipersatura come le luci, i colori e le musiche che costituiscono la città in cui piano anche noi sprofondiamo.



Un alone malsano e incestuoso immerge i corpi dei protagonisti che sembrano sporcare tutto ciò che toccano.


Sentimenti esasperati, corpi esibiti, muri di vetro.

La camera inquadra e segue Brandon nel suo delirio anaffettivo: lunghe sequenze ne sottolineano l’alienazione.

Un gelido angelo caduto, destinato a morire avvolto tra le sue ali.

Forse.



Un cane che si morde la coda.

Un amor fati che condanna agli stessi errori e le stesse azioni, come se il proprio passato inficiasse ogni possibilità di scelta.

Un presente concentrico che vive di ripetizioni psicotiche indotte.

Un paziente sotto sedativi, una macchina scassata tenuta in piedi da un'innato istinto di sopravvivenza e un po' di nastro adesivo.


Shame è volontà minata da una passività distruttrice.

Lo strozzarsi sordo di un talento sprecato.

Una trottola di autocommiserazioni sulla quale gira un topo che rivuole impaurito la sua gabbia.



 
 
 

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