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  • Thomas Raimondi

DEALER, (2004).

DEALER è un film del 2004 di Benedek Fliegauf.


Dealer ovvero annullamento dell'insieme.

Un pusher dispensa droga e morte nell'arco di una giornata. Una via crucis dell'uomo e del concetto di relazione.

Carrelli lentissimi accompagnati da white noise di sottofondo descrivono un vuoto profondo che non riesce ad essere colmato.

Dealer è un'inedia tetra e malsana che avvolge letargica e annienta. Una nebbia dell'anima, una patina sul vetro mentre ti guardi allo specchio.

In contrapposizione polare con Tejút che sarà il cantico dei cantici, una dichiarazione d'amore alla vita, Dealer, si pone come manifesto di realtà distrutte, rassegnazione alla non-azione.


Il protagonista del racconto personifica una coscienza apparentemente salda e costruita, indipendente, slegata dalla società e dalle sue regole. Un messaggero, un'uomo tramite attraverso il quale qualcosa si compie. Dealer si presenta come sommatoria di cerchi concentrici. Da uno più esterno e periferico si arriva al cerchio più piccolo, ultimo: l'epicentro emotivo dell'io.


Non è l'etica umana a venir messa in discussione, ne tanto meno le scelte morali e sociali che circoscrivono la vicenda, assegnandogli luoghi e coordinate geografiche, qui si rade al suolo il concetto d'identità e volontà, il valore per il quale costruire. Si mette in dubbio il senso stesso della venuta al mondo.

Dealer è assenza di speranza quindi. Un vespro mortifero senza appello e senza rivalsa.

Fede, amicizia, relazioni famigliari, amore rappresentano la successione a tappe che spietatamente analizza la struttura precaria d'edificazione del sé e corrispettive certezze.

Una serie di personaggi ai quali far visita. Ai quali consegnare una dose e nel mentre osservare impassibili lo stato delle cose. L'umanità ci vomita addosso la sua impotenza.


La droga dunque è solo un mezzo, uno strumento tampone da assumere nell'attesa. E' la dipendenza nella sua accezione più ampia a costituire il tema co-primario del film.

Abbandonare e sentirsi abbandonati in situazioni e stati emotivi indecifrabili. Cercare affetto e protezione, condividendo vissuti come necessità a conferma dell'esistere. Restare a galla. Delegare terzi per la propria costruzione identitaria.

In un'incastro sbilenco e arrangiato l'umanità si tiene in piedi barcollando.


Dealer scende nelle profondità dell'io pur mostrandoci solo la superficie. Ed è qui il potere sciamannino di Fliegauf, il suo essere psicanalitico e inconscio. Il suo costruire sfere di cemento armato collocandoci al loro interno. La visone è l'illusione.



Dealer siamo noi, o meglio, ne siamo una parte, ne siamo la scelta. Siamo l'assegnazione di valore che separa il calvario dall'ascesa (ma questo discorso sarà possibile solo dopo Tejút).

La critica alla società è sottile e potente come causa del declino spirituale ed esistenziale dell'individuo. Una società del consumo fredda e asettica che tenta in maniera grossolana di ricalcare la natura con fini però egoistici e fagocitanti.

Tonalità di denim e blu di prussia dominano la pellicola, avvolgendo, come un vento gelido e secco corpi e luoghi attorno.

Il pianosequenza finale è folgorante e simbolico, ultraterreno nel suo essere reale. La visone (a posteriori) di quell'occhio/corpo che qui si spegne mentre altrove cercava d'aprirsi sul creato è immediata e circolare.


Dealer è uno Stalker suicida che rinasce all'infinito nel mondo.

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